Quand’ero giovane dipingevo con tale velocità e accanimento che nonostante la vestaglia bianca, non so come, riuscivo ad inzaccherarmi un po’ dappertutto persino sulle sopracciglia, alle orecchie. A volte, davvero il mio viso diventava una maschera. Quest’ accelerazione d’impulsi naturalmente non permetteva esiti soddisfacenti, e del dipinto, appena terminato, spesso non ero contento.

Escogitai allora un rimedio bizzarro per vincere la frenesia, non trovai migliore soluzione che quella di presentarmi  davanti al cavalletto vestito dell’abito buono.

Insomma mi mettevo in croce, perché non mi potevo permettere di sconciare l’unico vestito presentabile che possedevo. Alle prime pennellate l’accorgimento funzionava, ma poi mentre il lavoro procedeva scordavo la mia tenuta, e mi sporcavo lo stesso, con il danno  che lascio immaginare.

Oggi invece, pitturo tranquillo, persino lento, magari con la mia più sgargiante cravatta e non m’insozzo più.

Questo preambolo per affermare che da allora sono passati cinquant’anni.

Quadri e quadretti a quei tempi ne sfornavo anche tre o quattro al di, ed erano spessi di crosta, giacchè li coprivo più volte. Per non dire delle decine di disegni che giornalmente tracciavo sul minuscolo notes tascabile: erano foglietti di pochi centimetri che talvolta mi è capitato di vedere esposti per una battuta d’asta.

Cose che spesso regalavo a coloro che  mi stavano d’accanto mentre le eseguivo.

Dipingevo con i tre colori fondamentali più il bianco e il nero. Di più non mi era concesso, ed era già un lusso poter produrre qualcosa. Ci sono  tuttora dei momenti di sconforto in cui, se per caso, qualche giovane mi chiede consiglio perché vuole fare il pittore, gli ricordo, con cautela e senza toglierli l’entusiasmo che per intraprendere la carriera ci vuole tanto coraggio ed avere qualche soldo in tasca.

Per fortuna, c’è sempre stato in me uno spirito quasi donchisciottesco che mi ha fatto fare parecchie sciocchezze, più o meno dannose, ma mi ha nutrito di una gran fede. L’artista deve essere unv tantino visionario. Nonostante tutto ho vissuto come volevo, tranne la parentesi buia dei Lager nazista, da cui sono uscito malconcio ma vivo.

Dopo una simile esperienza, eccezionale per tanti versi, i giorni ti sono leggeri perché sai che di peggio non ti può succedere, e soprattutto impari a non farti illusioni. E i recenti fatti drammatici americani stanno li ad ammonirci che la nostra esistenza può essere del tutto precaria.

Ed era giusto allora che mi prendessi la soddisfazione di insistere sulla via dell’arte, per la quale si possono fare anche dei sacrifici, ai quali per altro non ho mai dato troppo peso. Davanti alla tela bianca non ho avuto l’ansia di spremere fino in fondo il tubetto rosso cadmio che costa l’ira di Dio, come non ho mai avuto la preoccupazione di essere alla moda, in sintonia con la critica ufficiale più complicata, fuori o dentro la cultura, e i famosi ideali. Non ho mai dato ascolto ai “dèjavu”, che talvolta mi sono piovuti addosso. Cos’è che ormai non sia stato visto e codificato?

Nella nostra città, sembra, ci siano oltre trecento pittori, naturalmente inclusi quelli della domenica e i dilettanti della più bell’acqua. I professionisti, in altre parole, coloro che vivono del proprio lavoro, si possono contare sulle dita di una mano. Il che non vuol dire che questi siano i migliori ( fior di artisti si dichiarano dilettanti, forse per civetteria )Viene da chiedersi il perché di tal esplosione.

Siamo contagiati da manifestazioni che giornalmente ci bombardano mostre importantissime, collettive di vario livello, aste televisive, pubblicazioni di ogni tipo ricche di illustrazioni pregevolissime… e se anche non siamo specializzati e non seguiamo ogni minima fibrillazione, siamo informati.

Tutto ciò in altre parole, è bene, significa che la gente ha più possibilità e tempo libero per un concerto, un teatro, un libro, e il gran pubblico non subisce più con ostilità l’influenza dell’arte moderna, non si scandalizza né la deride, anzi può capitare che d’ogni stravaganza si faccia paladino. Di questi trecento pittori che operano in città io ne conosco pochissimi. Una trentina d’anni fa, o poco più, si tentò, di organizzare una mostra importante a livello regionale, però non ci si mise d’accordo sui nomi da invitare (chi tirava di qua, chi di là ) e il progetto naufragò.

Da allora ad oggi, almeno il trenta per cento di questi artisti è letteralmente sparito come non fossero mai esistiti. Costoro si definivano operatori culturali.

Nel saggio di Angelo Ara e Claudio Magris “Trieste identità di frontiera” si legge che “Trieste è stata e rimane una città di contrasti, ma soprattutto ha cercato e cerca la sua ragione d’essere in quei contrasti, e nella loro incolumità “ Mi viene da pensare se anche nell’arte triestina non succeda qualcosa di simile.

Fin dall’altro secolo fiorì l’importante scuola  d’arte di Eugenio Scomparini  e Grimani, i primi pittori di rilievo espressi dalla città ( trascuriamo Lorenzo Butti e Lorenzo Gatteri, pittori particolari e che hanno operato soprattutto lontani da Trieste ). Dopo Scomparini ci furono altri maestri che hanno fornito buona prova di sé anche in campo internazionale ma no sono riusciti a mio avviso, a creare una temperie spirituale. La loro opera non ha avuto che scarso seguito e influenza sugli artisti che sono venuti dopo. Manca un filo rosso particolarmente oggi che ci leghi ognuno per motivi etnici di, di tendenza, di formazione, di gusto, si sente un po’ strattonato ed estraneo.

C’è una scuola romana, una lombarda, la veneta, Financo, una friulana che nell’immediato dopo guerra hanno rischiato di diventare accademia. Invece non c’è traccia di una scuola triestina, di un comune humus. Siamo sbandati, forse ribelli, senza alcun punto di riferimento.

La nostra è una città complessa che non è facile definire.

La sua piccola storia l’ho seguita fin dal 1945. Alcuni giovani pittori, come Birolli Morlotti, Cassinari, Bagodi, Guttuso e parecchi altri che erano stati a Parigi in tempi diversi, avvertirono un’arianuova slla fine degli anni trenta e all’inizio degli anni quaranta, e formarono il gruppo che prese il nome” pittori di corrente” Da noi giunse l’eco di quella specie di rivolta morale.

A Trieste invece, solo alla fine della guerra, si avvertì un cambiamento: l’influsso del cubismo fu notevole, tanto che pure artisti per così dire classici e giovani impressionisti ne furono soggiogati.

In quegli anni ci fu un gran fermento d’idee, progetti, e anche discussioni le tendenze erano diverse ed esistevano davvero una destra e una sinistra, da noi vissute con impegno. C’era chi sosteneva – i profeti del nulla, erano etichettati.

La domanda  di andare avanti, oltre la pittura, distruggere la figura, e ci predicava l’arte rivoluzionaria per fare l’uomo nuovo, per la conoscenza “filosofica della realtà”. Era appena sorto il neorealismo di marca sovietica e ci si dibatteva tra gli astratti, gli impressionisti e i realisti.

Non era nel mio carattere dipingere lavoratori sorridenti e soprattutto aderire ad alcuni temi, per così dire troppo caldamente suggeriti, quasi raccomandati.

Dipingevo caso mai i derelitti di un mondo esistenziale precario, pesante, immalinconiti dalla miseria. La mia estrazione popolare, la triste esperienza del lager mi avevano avvilito e non potevo  esprimermi che così.

Io ho bisogno della realtà, ancorchè allusiva, come disse Sergio Molesi in un suo recente saggio, per raccontare, tentare di trasmettere un sentimento, comunicare. Ma vivaddio che tale realtà venga bruciata sul piano della pittura. E già lo sfondo di un paesaggio, di un ambiente, di una figura, deve reclamare per sé tale diritto.

Ora sembra, siamo al postmodernismo un mondo pluralistico nel quale spesso ciò che fino a ieri era”avanzato” rischia di apparire “ retrogrado”. Alcuni musei, fra i quali il Louvre, hanno prontamente tratto dalle cartine e rimesse in circolazione opere che giudicavano passaliste. Non mi permetto di giudicare i nuovi linguaggi tecnologici ( del resto, pare che anche lo studioso più avvertito non abbia termini, il lessico adatto per definirli e quindi spiegarli ) A causa di questi continui mutamenti ed esperimenti, i critici non hanno più la possibilità e il coraggio di criticare, sono dei semplici cronisti. Lo afferma persino Ernst H Gombrich nel suo “trionfo del modernismo”

L’arte  d’oggi permette ogni libertà, in molti ne approfittano e sconfinano nell’anarchia più totale, generando ulteriore confusione. Indubbiamente il gioco coloristico è alettante,stendere sulla tela bianca bei colori puri gratifica il nostro occhio goloso, e presentare in galleria un oggetto qualsiasi come opera d’arte compiuta in sé, oggigiorno è piuttosto facile.

Se per un pittore è importante lavorare ed essere completamente immerso nelle cose che fa, altrettanto importanti ed essenziali sono le pause che egli si concede ; che siano però intelligenti, mirate, che lo possano arricchire; gli potrebbe giovare per esempio un viaggio di poche ore a Venezia per una mostra di richiamo o semplicemente per una passeggiata nella maestosa piazza. Bisogna staccare di tanto in tanto. Addirittura una serata becera e un’altra mondana possono servire. Il giorno dopo finalmente mandi tutto al diavolo, ti liberi della zavorra e torni nel tuo studio, libero, sciolto e con nuovi entusiasmi. E la soddisfazione intima,quando sei davanti al cavalletto, è un sentimento che assomiglia alla felicità.

Livio Rosignano